"La Madonna dell'Elemosina si fermò a Callicari" | Emanuele Di Giovanni | olio su tela | 1952 | Basilica Collegiata Maria SS. dell'Elemosina

« Si sappia quanto amore è insito in me, verso la mia diletta Patria, la quale ho cercato di illustrare, colla speranza di trasmettere ai miei concittadini questo ardente amore, affinchè sia loro incitamento a rendere grande e illustre la Città. »  


da Storia di Biancavilla di Placido Bucolo, 1953

La Sua Storia

La fondazione dell'abitato risale al XV secolo, quando un gruppo di profughi albanesi (arbëreshë) provenienti dai Balcani, dall'Albania e successivamente dalla Morea, guidati da Cesare Masi, ottennero il permesso di abitare nel sito, dal conte Gian Tommaso Moncada, il quale chiese e ottenne la "licentia populandi" dai presidenti del Regno di Sicilia Santapau e Centelles. Detto privilegio venne confermato nel 1501 dal conte Guglielmo Moncada e nel 1502 dal figlio Antonio. Successivamente, nel 1504 i tre privilegi furono redatti in forma pubblica con un nuovo atto, firmato dal giudice Ferdinando Marchisio e dal notaio Luigi Passitano mentre è datata 1568, la conferma di D. Cesare, figlio di D. Francesco, primo principe di Paternò.

La colonia fu insediata nella zona allora chiamata Callicari o Poggio Rosso, luogo probabilmente dell'antica Inessa. Gli albanesi, professanti il rito greco-bizantino, portarono con sé l'icona della Madre di Dio dell'Elemosina, tuttora oggetto di speciale e ininterrotta devozione.

In pochi anni la colonia albanese crebbe, grazie alle condizioni di privilegio concesse dai feudatari Moncada, Principi di Paternò. Non si conosce molto sull'attività civile e religiosa della colonia, poiché gli albanesi non lasciarono nessuno scritto, tranne che si esercitò il rito greco per quasi un secolo e che quando non esistette più un sacerdote per officiare il rito, veniva un "papàs" tutti gli anni delle colonie albanesi della provincia di Palermo per amministrare la Pasqua ai fedeli secondo i propri riti.

Nel tempo la posizione geografica nonché la lontananza rispetto agli altri profughi albanesi portò probabilmente alla scomparsa e alla decadenza della componente originaria albanese a Biancavilla e a far prevalere così progressivamente la componente locale siciliana. Biancavilla fu sempre compresa nel feudo di Adernò e nel XVI secolo è citato col nome di Casale dei Greci.

Il culto di San Placido, Patrono della città, si diffuse a Biancavilla nel XVII secolo, quando l'abate del vicino monastero di Santa Maria di Licodia nel 1602 alla chiesa madre cittadina le reliquie del santo, il cui culto si era diffuso in tutta la Sicilia, a seguito del rinvenimento a Messina di numerosi resti di martiri nella chiesa di San Giovanni Battista. San Placido fu dichiarato patrono e protettore della terra di Biancavilla, il 23 settembre 1709 dal vescovo di Catania Mons. Andrea Riggio, “per essere sfuggiti alla crudele strage (si parla del terremoto gennaio 1693 che distrusse Catania e tutta la Sicilia orientale) [...] perché in futuro (la terra di Biancavilla) non sia distrutta dall'eccidio del terremoto e [...] perché questa devozione rimanga salva nel ricordo dell'evento”. Il Suo "patronato" si inserisce così a quelli più antichi "ab immemorabile" che la città ha riservato sin dalla sua fondazione alla Madonna dell'Elemosina e a San Zenone martire d'Arabia.

Nel corso del Seicento e del Settecento si forma una borghesia sufficientemente agiata, ma anche un forte bracciantato e un ceto contadino che si caratterizza per la forte politicizzazione, che sfociò nelle rivolte del 1848 e del 1860 per la questione delle terre demaniali. Biancavilla fu, infatti, uno dei comuni etnei più irrequieti, che prese parte a tutti i moti rivoluzionari e antiborbonici dal 1820 al 1860, evidenziando che la scena politica locale fu dominata principalmente dalla famiglia Biondi.

Il "Casino dei Civili" (oggi Circolo Castriota) fu simbolo contro cui si rivolse la rabbia popolare; le stesse caratteristiche ebbe la rivolta della "paglia" nel 1923. Nell'immediato dopoguerra si assistette ad un singolare avvenimento ricordato come "lo sciopero al contrario": ai contadini era stato intimato di lasciare alcune terre di proprietà del demanio, ma senza quelle terre tanta gente sarebbe stata costretta alla povertà; cosicché i contadini occuparono anche le terre fino ad allora lasciate libere, presidiandole con turni di lavoro anche notturni. Dopo qualche mese lo Stato, con decreto, lasciò quelle terre ai biancavillesi.

Il periodo successivo fu caratterizzato da eruzioni dell'Etna, da epidemie, dalla siccità e da diverse vicende belliche, che tuttavia interessarono solo marginalmente la città. La fortunata combinazione fu attribuita all'intercessione della Madonna dell'Elemosina. Il 3 ottobre 1948 l'icona della protettrice, venne solennemente incoronata con decreto del Ven.le Capitolo Vaticano, e il consiglio comunale deliberò l'atto di consacrazione della città alla Beata Vergine Maria dell'Elemosina.

Oggi Biancavilla è un importante centro di produzione e commercio di agrumi - in particolar modo delle arance - , uva, ortaggi e fichi d'India. Estesi sono i boschi e i pascoli permanenti. Aziende artigiane operano nei settori alimentari, del vestiario, del mobilio, dei materiali da costruzione.

Lo Stemma

Ogni elemento dello stemma narra la storia della città.

CORONA CIVICA: sormonta l'intero scudo e rappresenta la municipalità di Biancavilla e il suo status di Comune autonomo sin dalla fondazione, avvenuta con i Privilegi dell'8 - 25 gennaio 1488.
SOLE RADIOSO: situato nella parte alta dello scudo e immerso in un azzurro simboleggiante il cielo.
ZOLLA DI TERRA: situata in basso, simboleggia il territorio. Questo simbolo, assieme al sole radioso e al cielo azzurro, esalta il significato di Callicari (antico nome di Biancavilla) che, per l'appunto, in greco significa bella contrada.
CAVALLO: rappresenta il cavallo dell'eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Scanderbeg. Inoltre, assieme al cipresso, rappresenta lo stemma gentilizio di famiglia del primo Capitano (Sindaco) albanese Cesare Masi.
CIPRESSO: simboleggia l'albero al quale, secondo un'antica tradizione albanese, Giovanni Castriota, figlio dello Scanderbeg, legò il cavallo del padre e salpò verso l'Italia portando in salvo la madre e la sua gente minacciati dall'invasore turco-musulmano Maometto II.
TORRE: merlata di tre pezzi e finestrata, il simbolo dei Signori del luogo, i Conti Moncada.
CROCE GRECA: riafferma l'appartenenza dei profughi albanesi alla religione cristiana di rito greco-ortodosso.
NASTRO D'ORO: sormonta la croce greca e reca la scritta Scanderbeg che, in arabo, significa Alessandro il Signore o il Grande. Un omaggio al grande guerriero albanese Giorgio Castriota, strenuo difensore della fede cristiana.
CORONA DI CONTE: sormonta il nastro e la croce greca. Simbolo della Contea di Adernò, in onore del Conte Gian Tommaso Moncada che fece emanare dai Presidenti del Regno di Sicilia, Santapau e Centelles, l'8 gennaio 1488, il Privilegio che concedette ai profughi albanesi, capitanati dal nobile Cesare Masi, la terra di Callicari o Poggio Rosso. Nacque così il Casale Dei Greci, oggi Biancavilla.