Gerardo Sangiorgio

[...] "Voi nelle mani avete due fiaccole, la fiaccola della libertà e la fiaccola dell'avvenire, se coerentemente con le lezioni di educazione civica vogliamo farvi diventare cittadini probi, rispettosi degli eguali diritti degli altri cittadini, come pure rispettosi di quanto è patrimonio degli altri popoli, verso i quali l'Italia, finalmente, per mezzo vostro allargherà sempre più le braccia per stringerli in un amplesso d'amore, e così da fare anche emenda delle aggressioni di un non lontano passato, lavorando con loro, creando con loro, progredendo con loro." [...]
- dal discorso sulla 'Celebrazione della giornata della Liberazione'
 

Biografia
I primi anni (1921-1943)

  Gerardo Sangiorgio nasce a Cancello Arnone, provincia di Caserta, il 20 maggio 1921 da Placido e Assunta Fugaro. Qui il padre si era trasferito da Biancavilla per prestare servizio in qualità di maresciallo dei carabinieri reali a cavallo presso la Reggia di Caserta nella scorta di Vittorio Emanuele III.

  Tre anni dopo, nel 1924, la famiglia Sangiorgio ritorna a Biancavilla, dove il piccolo Gerardo inizia gli studi elementari sotto la guida del maestro Giulio Zappalà. Nell’anno 1932 superò brillantemente gli esami di ammissione al I Ginnasio, odierna I media, presso il Liceo classico “Nicola Spedalieri”  di Catania, città nella quale la famiglia si era intanto stabilita per permettere alla sorella Italia e al fratello Francesco di frequentare l’Istituto magistrale.  

  Nel 1937 la famiglia ritorna a Biancavilla. Gerardo si iscrive al Liceo classico “Giovanni Verga” di Adrano, dove consegue a pieni voti la maturità nel 1940 con la lode di migliore studente dell’anno da parte del professor Agatino Russo, allora colonna del Liceo.

  Si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Catania. Desidera diventare docente ed educare legioni di giovani al bello e al vero. Questa aspirazione rimase per molti anni solo un sogno a causa dell’insana decisione del Duce di entrare in guerra.

  Costretto a interrompere gli studi, viene chiamato a febbraio ad espletare il servizio di leva a Piacenza col grado di Caporale Maggiore nel 65° Reggimento di Fanteria Motorizzato.

  Da qui viene inviato, il 15 luglio 1942, sul fronte di Grecia, che abbandonò dopo pochi mesi perché malato di nevrosi cardiaca. Fece ritorno, pertanto, a Piacenza.

  Qui apprende la notizia della deposizione di Mussolini da parte del Gran Consiglio del fascismo il 25 luglio del 1943 con grande gioia e con l’illusione che essa avrebbe posto fine alla guerra.


Il Lager (1943-1945)
    Da Piacenza viene trasferito l’1 settembre 1943, ormai prossimo al congedo, alla Scuola di Applicazione Fanteria di Parma, uno dei luoghi militari più animati sul piano culturale. Diversi anni prima ne furono allievi Eugenio Montale e Francesco Meriano.

  Qui apprende la notizia della firma dell’armistizio. Ancora una volta si illuse che la guerra sarebbe finita di lì a poco. Ma si sbagliava. Un’atroce esperienza ancora lo attendeva. 

La racconta nelle Memorie di prigionia, scritte a molti anni di distanza dai drammatici avvenimenti, pagine memorabili per l’alto valore morale e l’umanità che le ispira, come hanno messo in rilievo autorevoli intellettuali quali Eugenio Scalfari, Claudio Magris, Massimo Cacciari e tanti altri, i cui giudizi si possono leggere in Antologia della Memoria per Gerardo Sangiorgio, Biancavilla 2011, e Nicolò Mineo, Yves Bonnefoy, Antonio Tabucchi, Erri De Luca, per citarne solo alcuni.

  All’una di notte del 9 settembre 1943, racconta, appena il giorno dopo la firma dell’armistizio, la pia illusione della fine della guerra svanì nel fragoroso cannoneggiamento dei Tedeschi che assediavano Parma e distruggevano il Palazzo ducale, dove aveva sede la caserma, riconsegnando tutti alla crudeltà della storia. Ad un tratto di nuovo il silenzio. Per parecchie ore nulla accadde.

  All’alba riecheggiò un terribile “Raus raus”, che ordinò ai soldati di scendere in cortile. Altrettanto terribile la scelta: aver salva la vita in cambio del giuramento di fedeltà alla Repubblica di Salò o, in caso di rifiuto, la morte atroce nei Lager in Germania. Sangiorgio sceglie la seconda via, via di dignità e di coerenza morale.

  Iniziò così per lui l’inferno. Fu caricato sui vagoni piombati diretti in Germania, «merce comune identificata solo da un numero», scrive nelle Memorie. Prima sosta a Mantova, dove i tedeschi permisero ai prigionieri di rifornirsi di beni alimentari, di coperte e di quant’altro potesse essere utile per la prosecuzione del viaggio. Furono gli ultimi momenti di umanità in attesa della barbarie più nera, più crudele, più insensata.

  Dopo interminabili disumane ore di viaggio il treno fermò la sua corsa nel campo di sterminio K. Z. di Neubranderburg bei Neusterlitz , dove i prigionieri furono obbligati a deporre tutto quello che avevano preso a Mantova. Da qui per uno strano gonfiore al viso fu trasferito nel campo di Bonn am Rhein e poi, nell’inverno del 1944, a Düisdorf insieme a 40 compagni di sventura al famigerato VII stalag, direttamente collegato col campo di sterminio di Mathausen.

  Durissime le condizioni di vita nel campo. All’inizio i prigionieri furono costretti a costruire un serbatoio d’acqua, poi nella «Magnetfabrik di “leichtmetal”», racconta ancora nelle Memorie, a smerigliare piccoli oggetti «fino al raggiungimento di un determinato spessore: pezzi lunghetti da rendere come sigarette e altri cilindrici da rendere del diametro di circa 2 cm». Capitava spesso che qualcuno ci rimetteva qualche dito.

  Frequenti gli episodi di disumanità, anche per futili motivi, come un banale furto di patate. Particolarmente efferato quello che coinvolse alcuni compagni di prigionia usciti in cerca di patate per far tacere i morsi feroci della fame. Le guardie del campo se ne accorsero e sguinzagliarono i cani mastini contro i prigionieri che stavano per fare ritorno al posto loro assegnato per il turno. Terrorizzati, si buttarono contro il filo spinato, che lacerò loro «cenci e carni per le punte acuminate delle spine di ferro». Furono raggiunti anche dai morsi dei cani, ma riuscirono ad alzarsi e a scappare. «Tornarono al posto di lavoro, e ai poliziotti entrati in fabbrica per cercarli non risultò nulla: davanti alle macchine dal monotono e ipnotico tran-tran c’erano solo uomini intenti al lavoro (alcuni dei quali celavano stoicamente le loro ferite)».

  Pochissime le possibilità di consolazione in mezzo a queste sofferenze, esorcizzate, di tanto in tanto, dalla dolcezza di un canto o da qualche gesto di umanità, come quello di un poliziotto di sorveglianza, che permetteva a Sangiorgio di riempire alcune gavette di patate lesse; o quello di alcuni prigionieri russi, che spesso offrivano a questi sventurati il proprio bollito di rape; o quello, anonimo, della «mano di un operaio tedesco» che, sfidando la morte, «si allungava da una finestra della fabbrica […] per deporre sul davanzale un involtino contenente un poco più che trasparente pezzo di pane», lo stesso che gli ispirerà la lirica Un pezzo di pane calpestato.

  Ma questo non impedì che la vita del campo continuasse ad essere scandita dalle stesse lugubri, monotone abitudini, quali il bisogno di arrangiarsi con qualunque mezzo per sopravvivere, come quello di scambiare con misere bucce di patate le sigarette date a Gerardo dai Tedeschi, o i furti di cose care, che potevano recargli conforto, come quello di una cassetta dove custodiva povere cose, come i suoi preziosi diari e qualche scritto.  

  Nel dicembre del 1944 cominciò finalmente a farsi sentire l’eco dei bombardamenti delle forze alleate che combattevano nella zona delle Ardenne. La libertà tanto sospirata era vicina. Un giorno – si approssimava il Natale – una bomba colpì la fabbrica. Seguì un confuso fuggi fuggi per la campagna, che per Gerardo equivalse alla salvezza. Il giorno prima il peso del suo corpo era risultato superiore appena di 800 grammi rispetto ai 40 chili, limite sotto il quale la ferrea precisione dei Tedeschi aveva fissato l’inabilità al lavoro. Scendere sotto questa asticella significava morte certa. Per il momento gli fu risparmiata la vita. Ma sapeva che il giorno dopo sarebbe tutto finito.  Fece un’esperienza unica e terribile insieme: dormire in compagnia della morte, facendo esperienza della morte quando era ancora in vita e sapendo che l’indomani la morte lo avrebbe portato via con sé.

  Ma quelle bombe gli salvarono la vita. Esse distrussero il campo. Le baracche dei prigionieri saltarono in aria. Gli aguzzini del campo non avevano tempo per occuparsi di lui. Fuggirono via anche loro alla ricerca di un luogo più sicuro. Era necessario trovare un rifugio dove passare la notte per non morire congelati. Si decise, così, di recarsi, la sera, in un bunker che ospitava prigionieri di varia nazionalità: «Il mio posto […] era tra l’addiaccio e il bunker propriamente detto: cercavo di accucciarmi come meglio potevo nell’unica coperta posseduta, stando con le ginocchia sollevate, mentre la schiena poggiava sulla neve». Di giorno occorreva fare ritorno alla fabbrica per evitare le dure punizioni dei nazisti.

  Ma in seguito ad un altro bombardamento, che avveniva di giorno, si rese necessario rifugiarsi in un bunker più sicuro. Raggiunsero di sera l’unico presente nella zona, riservato solo ad ufficiali nazisti, da cui furono cacciati da un ufficiale che, accortosi della loro miserabile presenza, tirò fuori la pistola, costringendoli così a fuggire. Non restava che rifugiarsi nello scantinato della fabbrica.

  Le forze alleate erano ormai sulle colline di Düisdorf: se ne sentiva il cannoneggiare. Arrivò perentorio l’ordine di partire e lasciare il campo per raggiungere un’altra sede. All’improvviso, lungo la strada avvenne il miracolo: la voce, quella voce sgradevole e gracchiante del soldato nazista, che per due lunghissimi anni aveva ferito le orecchie dei prigionieri, d’un tratto non fu più udita. Era l’occasione giusta per scappare.

  Fecero a piedi i cento chilometri che separano Düisdorf da Aachen, dove era stato allestito un campo di raccolta di ex prigionieri, sotto una pioggia fitta di bombe. Trovarono riparo in un rudimentale rifugio, fatto di assi sconnesse, dove rischiarono di restare sepolti vivi per il cannoneggiamento delle forze alleate, che scambiarono i fuggiaschi per soldati tedeschi. Ma per loro fortuna il fragore dei cannoni e il frastuono delle bombe mutò direzione.

  Uscirono all’aria aperta. Incontrarono alcune donne, che assicurarono loro che la zona era tutta sotto il controllo americano. All’improvviso dei soldati sbucano fuori da un cespuglio, il mitra spianato, che non abbassarono neppure quando Gerardo si mise a correre, pazzo di felicità, verso di loro con le poche energie che gli erano rimaste. Quella era la strada verso la vita, verso la riconquista della dignità di esseri umani.      

Dopo il ritorno dal Lager (1946-1993)
   Da Aachen a Gerardo fu permesso di partire solo il 9 agosto 1945. Ora lo attendeva un altro arduo compito. Trovare la via per riprendersi la vita dopo tanti anni di privazione della dignità di essere uomini. E ci riuscirà, trovando conforto nella fede e nelle gioie familiari, nonostante lo sconforto per l’atteggiamento ingrato dello Stato verso il sacrificio di quanti affrontarono enormi sofferenze in nome della difesa della dignità morale e dell’onore della patria. A loro dobbiamo la libertà e la democrazia di cui godiamo oggi. Ne ebbe solo molti anni dopo magre e tardive riconoscenze: il 28 luglio 1953 la Croce al merito di guerra, il 15 novembre 1979 l’autorizzazione da parte del Ministero della Difesa di adoperare il Distintivo d’onore per i patrioti Volontari della libertà, e il 9 ottobre 1984 il titolo onorifico di “Combattente per la Libertà d’Italia 1943-1945” da parte del Presidente della Repubblica Sandro Pertini e del Ministro della Difesa Giovanni Spadolini.

  Nonostante ciò, Gerardo non si arrese alla rassegnazione dell’oblio né si scoraggiò. Aveva vissuto sulla sua pelle ben altre forme di lacerazione dell’umana dignità, al cui confronto l’ingratitudine e l’oblio erano ben poca cosa. Decise di riprendersi con coraggio la vita. Ritornò agli studi letterari, a lui tanto cari. In essi avrebbe potuto trovare ampia materia di riflessione sui valori veri, quelli che ti fanno sentire orgoglioso di essere uomo.

  Malgrado non avesse frequentato le lezioni, gli viene concesso di sostenere gli esami, che superò brillantemente grazie allo studio «matto e disperatissimo», sua «seconda prigionia», come amava definire i lunghi mesi trascorsi chino sui libri.  

  Conseguita il 27 marzo del 1946 la laurea in Lettere classiche sotto la guida di autorevoli maestri, come Giulio Natali, Vincenzo Marmorale, Francesco Guglielmino, Guidi Libertini, Salvatore Santangelo, Santo Mazzarino e Carmela Naselli, comincia la carriera di docente alla Scuola di Avviamento di Arienzo (1947), da cui passò alla Scuole medie di Paternò (1949), Adrano (1950) e Biancavilla (1960), da qui al Liceo scientifico di Adrano (1970) e infine di nuovo a Biancavilla nella sezione distaccata dell’Istituto Tecnico Industriale “Stanislao Cannizzaro” (1974), dove concluse la sua carriera, riscuotendo la gratitudine e la riconoscenza di tanti allievi. Il 27 gennaio 2019 l’Aula magna dell’Istituto è stata dedicata a suo nome.

  Tutti gli ex alunni, alcuni dei quali saliti in cattedra, ricordano il puntiglio, la passione e la dedizione del Maestro alla professione, della quale era sinceramente innamorato. La considerava una missione d’amore, affidata a uomini sacrati, scrive nella lirica Ai vincitori del concorso magistrale, pubblicata su La Tecnica della scuola del 10 luglio 1952 e poi confluita nella silloge La pietra polita del mare, uno strumento indispensabile per educare i giovani ai valori veri, quelli che si ergono a difesa della dignità e della libertà. Non a caso ampio spazio dedicava allo studio dell’educazione civica, che riteneva una disciplina altamente formativa, come dimostrano una programmazione scolastica, scritta di suo pugno, che ho trovato fra le sue carte, e l’iniziativa di leggere agli allievi della Scuola Media “Luigi Sturzo” di Biancavilla la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” approvata dall’ONU e la “Dichiarazione di Philadelphia” del 1774.

  Furono, questi, anni anche di duro dolore per la scomparsa del padre (8 dicembre 1957) e della madre (3 gennaio 1963). Ma furono anni anche di gioia intensa per avere conosciuto nel 1964 una donna meravigliosa, Maria Cuscunà, che sposerà il 2 marzo 1978 nella chiesa del Convento “San Francesco” dei Frati Minori di Biancavilla. Da questo amore nasceranno due figli, Placido Antonio il 24 novembre del 1978 e Rita Assunta Chiara il 30 ottobre del 1980.  

  All’amore per la famiglia Gerardo seppe unire le gioie dell’amicizia e quelle per la scrittura, che lo vide autore di splendide liriche e di studi originali, stringere rapporti di amicizia con artisti come Vincenzo Merola, che gli dedicherà nel 1948 il volume Sulla via dell’arte e nel 1951 Il fiore dell’arte, con Leonardo Sciascia nel 1979 e con Gesualdo Bufalino nel 1982, collaborare con prestigiose testate letterarie e non, quali L’amico della gioventù, La Tecnica della scuola, La crociata del Vangelo, Il pungolo verde” (dal 1964), Prospettive (dal 1985), Callicari, Biancavilla notizie, La Gazzetta dell’Etna e, negli ultimi anni attendere alla cura dell’Opera omnia di Antonio Bruno, illustre concittadino e importante poeta futurista, su incarico del Comune di Biancavilla nel 1987. 

  Necessario e fondamentale per completare il ritratto di Gerardo è ribadirne la profonda fede, la sua ancora di salvezza nei giorni terribili del Lager, che abbracciò non solo con le parole, ma seppe soprattutto trasformare in azioni di vita, trasfondere mirabilmente nei suoi versi, vivere nell’affetto della famiglia e nell’amore per la moglie e i figli, e concretizzare in impegni religiosi anche “ufficiali”, divenendo nel 1967 Delegato regionale dei Terziari francescani, “Cooperatore e Zelatore” salesiano, collaboratore di “Azione francescana”, e nel 1968 Presidente dell’UCIIM (Unione Cattolica Insegnanti Italiani Medi).

  Si spegne il 4 marzo 1993 fra il cordoglio di autorità e di molti cittadini, che vollero tributare l’estremo segno di gratitudine all’illustre concittadino per l’altezza inarrivabile del suo esempio morale e dell’insegnamento di vita. Ancora oggi Gerardo Sangiorgio è vivo nel cuore di quanti ne furono allievi e della comunità intera, che in segno di imperitura memoria ha voluto intitolare al suo nome la Biblioteca Comunale con una toccante rievocazione della sua figura e della sua opera, affidata all’intervento del prof. Nicolò Mineo, che non ha esitato a definire Gerardo una delle voci poetiche più importanti della seconda metà del Novecento. E non possiamo non essere d’accordo con l’illustre studioso.

 

Le Opere

  Sangiorgio è figura poliedrica, come dimostrano gli scritti raccolti in volume in Quando l’algente verno…, Biancavilla 2000, con la prestigiosa introduzione di Salvatore Silvano Nigro. Fu poeta, narratore, saggista, memorialista.

  Come poeta fu autore di splendide sillogi: 

- La pietra polita del mare. Prefazione di Anna Lo Monaco Aprile, presentazione di Mario Beretta, Edizioni Internazionali dell’Accademia Cenacolo G. Leopardi, Bergamo 1971 (ora in Quando l’algente verno…, pp. 25-104);

- Cuore che narra, Gabrieli, Roma 1975 (ora in Quando l’algente verno…, pp. 105-137), dedicata a Maria Cuscunà;

- Cielo e innocenza, pubblicata la prima volta in Quando l’algente verno…, pp. 139-184 e composta in occasione della nascita della figlia Maria Assunta Chiara;

- Dal cielo meco tu torni a piangere. Poesie religiose, pubblicata la prima volta in Quando l’algente verno…, pp. 185-201 e composta a commemorazione della morte del fratello Luigi il 15 febbraio 1991.

  In tutte queste sillogi, scrive Cinzia Emmi, Nullità dell’essere perso nell’universo e fede sacra nell’ultraterreno: lettura esistenziale e fideistica della poesia di Gerardo Sangiorgio, in AA. VV., Annuario 2005 Beni Culturali, p. 28, «l'attenzione ai fenomeni della vita vissuta ai livelli personale ed universale, la riflessione sui comportamenti umani, la necessità di scoprire i significati riposti dell'esistere stesso, la luce divina che permea i messaggi del poeta agli uomini del proprio tempo [...]. La sua opera poetica è impregnata da una vena di malinconia che esplicita i dilemmi dell'esistere e l'imperscrutabilità del disegno divino. Eppure la forza di aggregazione fraterna degli uomini insegnatagli dalla lettura del poeta di Recanati e dai testi sacri, i sentimenti di amore e di affetto possono risanare il senso di vuoto e di smarrimento, possono alleggerire il gravame di un'esistenza che passa gioco forza per il dolore e la sofferenza».

    Come narratore scrisse due racconti: I due romei e Il meglio d’altri tempi. Il primo ha come protagonisti due giovani, Carlo e Giovanni. Stanchi di una vita dissoluta, decidono di compiere un pellegrinaggio a Roma, Carlo per diventare frate francescano, Giovanni per sposare una ragazza di Ferrara. Durante il viaggio Carlo conosce Clara, sorella di Giovanni e dama di compagnia della signora del castello dove i due amici trovano ospitalità. La ragazza si innamora di Carlo, che alla fine decide di sposarla, consapevole del fatto che la purezza di vita non si conquista solo con la dignità dell'abito monacale, ma soprattutto con la santità del cuore.

  Il secondo racconto, il cui titolo riprende i vv. 90-91 di L'analfabeta dell'amato Gozzano, ha al centro la figura di Dino Nicolo. Egli, raccolto davanti alla tomba della moglie Enrica, morta da vent’anni, ricorda con commozione nel cuore il momento in cui l'ha conosciuta e la ringrazia dal profondo dell’anima per avergli trasmesso il dono della fede e con esso la certezza della protezione dell’occhio vigile del Signore.   

Alla memorialistica appartengono le citate Memorie di prigionia.

  Agli anni del servizio di leva a Piacenza, della partecipazione alla guerra in Grecia e della detenzione nei lager risalgono delle meravigliose lettere e meditazioni, pubblicate per la prima volta in Una vita ancora più bella. La guerra, l’8 settembre, i lager. Lettere e memorie 1941-1945, a cura di S. Borzi, prefazione di F. Benigno, Nero su Bianco, Biancavilla 2020.

  Multiforme la produzione saggistica, che spazia da interessi letterari a scritti di storia sull’amata Biancavilla.

  Come critico letterario Sangiorgio si occupò di Massimo D’Azeglio (Su il “Niccolò de’ Lapi” di Massimo D’Azeglio), Manzoni (“La Rivoluzione francese del 1789”: saggio poco noto di Alessandro Manzoni), Edmondo De Amicis (Così E. De Amicis al periplo dell’Etna sulla Circumetnea). 

Particolarmente interessante per l’originalità di vedute lo scritto La Ginestra o il fiore del deserto, apparso nel 1946 su L’amico della gioventù, un periodico cattolico circolante in quegli anni all’Università di Catania, in cui vide nella celebre lirica un’apertura alla speranza e un vangelo di carità, in totale dissenso con la critica ufficiale del tempo, che riteneva invece il grande Recanatese un poeta ateo e nichilista. Originale anche quello su Gozzano (Ricordando Guido Gozzano), scritto in occasione del sessantesimo anno della scomparsa del poeta crepuscolare (9 agosto 1916), la cui grandezza egli seppe individuare ancora una volta contro la critica ufficiale, che invece lo riteneva un poeta di scarso valore; su Baudelaire (Carlo Baudelaire: poeta tra i più grandi, pubblicato per celebrare il 150° anno dalla nascita del poeta de I fiori del male – 9 aprile 1821, e Vitalità di Carlo Baudelaire anche in Italia), nelle cui liriche seppe vedere, ancora in contro tendenza rispetto alla critica ufficiale, una forte impronta di spiritualità; e sul citato Antonio Bruno, che egli considera, di nuovo contro la critica ufficiale, non uno scrittore di secondaria importanza, ma di primo piano nel rinnovamento culturale che attraversò l’Europa agli inizi del Novecento. A lui dedicherà Antonio Bruno appassionato cultore di Giacomo Leopardi, Tutto Antonio Bruno nel titolo “Pickwick”, l’articolo su Prospettive dal titolo Presentazione al pubblico dell’opera del nostro grande Antonio Bruno, e Tanto ci ha detto di bello Antonio Bruno, scriverà la prefazione al volume di Giuseppe Caserta, Io, Antonio Bruno, Biancavilla 1992, e detterà il testo della lapide apposta sulla facciata di Palazzo Bruno in occasione della celebrazione del centenario della nascita e gli ultimi suoi interessi nel portare a compimento il progetto di pubblicarne l’Opera omnia su incarico del Comune nel 1987.

  Altri scritti ricchi di riflessione sono La morte e gli spiriti sommi, in cui sviluppa una riflessione sul tema della morte sulla scorta di pensieri di San Paolo, San Francesco, Mozart, San francesco di Sales, il chirurgo Mario Dogliotti, il giornalista Virgilio Lippi, Leopardi, Dante e lo scrittore argentino Martinee Golvez; e Conservazione e innovazione fattori innovativi della civiltà latina, pubblicato su La Tecnica della scuola, 25 luglio 1952, in cui polemizza con il saggio Il metodo d'insegnamento di Aristide Gabelli, in cui il celebre pensatore positivista suggerisce alla cultura di ascendenza latina, dominata da istinto e passione, di cambiare radicalmente rotta, convertendosi a quella dei paesi anglosassoni, basata sul culto della ragione quale unico strumento conoscitivo.    Non è possibile, osserva Sangiorgio, cancellare radicalmente con un semplice colpo di spugna la nostra concezione del mondo e della civiltà, in quanto questo non sarebbe vero e autentico progresso. La storia procede per «conservazione ed innovazione. Ciò vuol dire lasciar sussistere il meglio del passato e su di esso edificare»: abbattendo «la parte cadente sui ruderi, dalle calde basi, col nostro restauro, creiamo la nuova costruzione, come la vogliamo», dato che «in noi rivivono le conquiste di milioni e milioni di esseri pensanti e creatori, che ci hanno preceduto».

  Come storico di Biancavilla tutti i suoi scritti sono improntati al bisogno di sottolineare l’importanza della memoria come elemento di identità e di consapevolezza. Da qui l’esame sulle origini di Biancavilla (Dall’ammirazione per l’amabile regina Bianca di Navarra nasce “Biancavilla”; A Biancavilla i solenni festeggiamenti del Patrono San Placido; L’apoteosi del martire benedettino San Placido; Ricorrenti spunti di autentica religione nella storia di Biancavilla; Biancavilla nella consueta pompa magna celebra il suo santo protettore), su figure eminenti della sua storia, quali Antonio Biondi, primo sindaco della città dopo l’Unità (Un biancavillese antiborbonico nella storia patria risorgimentale) e Padre Calaciura (Biancavilla – Un impegno, del Prevosto, diuturno, creativo e fervente di carità), su eventi centrali, come la rivolta antifascista del 24 dicembre 1943, una delle prime contro il regime, sottolinea con orgoglio (Biancavilla antesignana della Resistenza), sulle antiche usanze osservate nel periodo pasquale (Le festività pasquali a Biancavilla), su eventi di intensa spiritualità, quali la sosta presso la Basilica “Maria SS. Dell’Elemosina” delle spoglie mortali del cardinale Dusmet (Torna l’angelo della carità in ravvivata luce di amore), l’inaugurazione di un crocifisso artistico (Inaugurato artistico crocifisso nella Chiesa del monastero di S. Chiara), o luoghi di bellezza e di arte, quali il convento dei frati cappuccini (Il convento “San Francesco” di Biancavilla punto di riferimento di profonda spiritualità, di arte, di cultura), la cappella di San Placido all’interno della Basilica “Maria SS. Dell’Elemosina (L’apoteosi del martire benedettino San Placido) o il Belvedere, cui dedica anche l’unica lirica scritta in dialetto (C’era ‘na vota a Biancavilla ”u Tunnu”, chiddu beddu e assai frichintatu della silloge Cielo e innocenza).

Premi e riconoscimenti 

  Per tale intensa attività non tardarono i primi riconoscimenti, alcuni dei quali molto prestigiosi.

  Nel 1968 diventa membro delle Accademie “Partenopea”, “San Marco”, “Leonardo da Vinci”, del Cenacolo Accademico “Giacomo Leopardi” e della Columbian Academy di St. Louis.

  Nel 1970 riceve la medaglia d’oro e diploma d’onore al Terzo trofeo poetico “La Capitale”, indetto dal “Centro Europeo di Cultura” di Bruxelles. 

Vince il primo premio al concorso “S. Caterina da Siena” dell’Ateneo “G. Gozzi”, e il secondo al concorso “Città di Campobasso”; la lirica Ti rivedo fra le barche, che confluirà nella silloge La pietra polita del mare, viene premiata al “Concorso Letterario Internazionale Poeti italiani nel mondo”.

  Nel 1971 ottiene con la raccolta La pietra polita del mare, recensita su autorevoli testate letterarie, il Primo premio speciale al Concorso internazionale letterario “Stella d’Italia”; viene nominato “Poeta di Sicilia”; il 18 agosto gli viene riservato il seggio nr. 448 nell’Accademia “Gli Immortali d’Italia”; viene premiato per la sezione “Poesia in Campidoglio” al Concorso internazionale di poesia e narrativa “Giuseppe Ungaretti”; l’8 ottobre diviene Accademico Tiberino; ottiene apprezzamenti dal Presidente della Repubblica per l’altezza della sua poesia; viene selezionato a Campobasso fra i cinquanta “migliori poeti d’Italia” per la raccolta Amore ’71; ottiene la segnalazione speciale al “Terzo Concorso Nazionale di poesia religiosa” di Taranto; la Columbian Academy gli conferisce la “Golden medal” al “Sesto incontro internazionale letterario”.

  Il 13 maggio del 1972 il “Centro culturale letterario e artistico portoghese” gli consegna il diploma onorifico “O journal de Felgueiras”; il giorno dopo viene premiato dall’Accademia “Partenopea” per la lirica Ignaro dell’approdo; l’Enciclopedia Universale degl’Immortali gli dedica una voce tra “I grandi di ieri e di oggi”; l’Accademia Mediterranea di Cultura lo annovera tra i Probi viri; il Cenacolo degli artisti ciampinesi “Giovanni XXIII” lo inserisce nell’antologia Modernapoetica; è premiato al “IV Concorso internazionale di poesia religiosa” con la lirica Tu sei che vivi in me; viene scelta la poesia Brandelli d’amore per l’antologia Amore mio, che reca incisioni di Massimo Campigli.

  Nel 1973 riceve il diploma d’onore e targa d’argento dall’Unione della Legion d’oro.

  Nel 1974 la casa editrice Lo Faro seleziona le sue liriche per l’agenda annuale.

  Nel 1977 la “Società Storica Catanese e dei poeti d’Italia” gli conferisce il diploma al merito.

  Nel 1981 l’Istituto Editoriale Universale di Catanzaro sceglie alcune sue liriche da inserire nel volume Antologia della poesia religiosa contemporanea.

  Nel 1983 riceve a Randazzo dalle mani dell’attrice Paola Borbone un ulteriore riconoscimento per la sua poesia.

  Nel 1987 infine viene nominato tra i Probi viri onorari del circolo culturale “Jacques Maritain”.


Bibliografia

Opere di Gerardo Sangiorgio 

- Sangiorgio G., Quando l’algente verno… Introduzione di S. S. Nigro, Biancavilla 2000;           

- Meditazioni, scritte a Piacenza il 2 giugno 1943, pubblicate da Gabriele Scaramuzza su Materiali di Estetica 5.1 (2018), pp. 122-125, e sul sito Odissea il 10 marzo 2018; 

- Conservazione e innovazione fattori innovativi della civiltà latina, in La Tecnica della scuola, 25 luglio 1952, p. 3. Il testo è disponibile sul sito della Fondazione “Gerardo Sangiorgio”; 

- Prefazione a G. Caserta, Io, Antonio Bruno, Biancavilla 1992, pp. 7-10; 

- Una vita ancora più bella. La guerra, l’8 settembre, i lager. Lettere e memorie 1941-1945, a cura di S. Borzi, prefazione di F. Benigno, Nero su Bianco, Biancavilla 2020.

 
Studi
AA. VV., Annuario 2005 Beni Culturali del Comune di Biancavilla, Biancavilla 2006, interventi di:
- Borzì S., La testimonianza umana e morale di Gerardo Sangiorgio prigioniero dei lager nazisti, pp. 9-17;
- Emmi C., Nullità dell’essere perso nell’universo e fede sacra nell’ultraterreno: lettura esistenziale e fideistica della poesia di Gerardo Sangiorgio, pp. 19-28;
- Lavenia A., Gerardo Sangiorgio, Primo Levi e la “mutazione antropologica”: da Auschwitz ad Abu Ghraib, pp. 29-35;
- Latora S., L’impegno etico e morale di Gerardo Sangiorgio nelle aule e il suo fervido sostegno all’UCIIM, pp. 37-38;
- Schilirò A., “Io lo amai quel platano allora”. Il sentito ricordo di uno degli ultimi alunni, pp. 39-40. 

AA. VV., Antologia della Memoria per Gerardo Sangiorgio, Biancavilla 2011. 

AA. VV., Villa delle Favare. Annuario del Comune di Biancavilla, Biblioteca Comunale “Gerardo Sangiorgio”, Biancavilla 2011, interventi di:
- Tabucchi A., “Sì, questo è un uomo”. Così ricordiamo Gerardo Sangiorgio, p. 26;
- Sangiorgio P. A., Quel prigioniero umanista e poeta per i nazisti era il numero 102883/IIA, pp. 27-31 (anche in Symmachia 3 maggio 2012 col titolo I Lager a casa: la tragedia del n. 102883/IIA, pp. 18-19);
- Piccione F., Il cattolico che amava Dante. Il pacifista che citava Prévert, pp. 32-36. 

Adamo P., Principii. Una storia d’amore cristiana, libro II, Canto LV, terzine 43-49, Editrice Istina, Siracusa 2015. 

Alessandrini R., Nel lager per libera scelta, in L’Osservatore Romano, 25 Aprile 2012 (recensione a Antologia della Memoria per Gerardo Sangiorgio). 

Bisicchia A., Recensione critico-letteraria sulle poesie di Gerardo Sangiorgio, in Id., Petali, che passione, Tipografia Dell’Erba, Biancavilla 2016, pp. 179-182.

Bloom A., De Luca E., De Mauro T., Gli omaggi (inediti) a Sangiorgio di Bloom, De Luca e De Mauro, in Biancavilla Oggi, 27 gennaio 2017.
Bonnefoy Y., Un prode combattente che lottò contro l’ideologia fascista e la retorica del male, in Biancavilla Oggi, 25 aprile 2015 (con una nota introduttiva di F. Piccione).

 Borzì S., Ricordo di Gerardo Sangiorgio, in Prospettive, 16 febbraio 2003, p. 17;

- Gerardo Sangiorgio: la forza della dignità umana di fronte alla barbarie nazista, in L’alba, febbraio 2006;

- Gerardo Sangiorgio: il Cristianesimo come misura della relazione interpersonale, in Madre di Misericordia 13 (2006), p. 19;

- Gerardo Sangiorgio: la certezza della fede, in F.D. Tosto, La letteratura e il sacro III. L'universo poetico (dalla seconda metà del Novecento ai nostri giorni), prefazione di G. Lancella, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2011, pp. 319-322;

-  Il verso sofferto della libertà, in Prospettive, 29 aprile 2012 (recensione a Antologia della Memoria per Gerardo Sangiorgio);

- Gerardo Sangiorgio. La poesia come celebrazione della fede, in Laós 19 (2012) 1, pp. 75-84;

- Gerardo Sangiorgio, esempio di coerenza morale e intellettuale, in L'alba, aprile/maggio 2013, p. 10;

- L'illusione della fine del fascismo: Gerardo Sangiorgio nei lager nazisti, in Biancavilla Oggi, 27 gennaio 2015;

- Gerardo Sangiorgio: l'umanesimo che cura le piaghe della storia, in Biancavilla Oggi, 4 marzo 2015;

- Il dramma di Gerardo Sangiorgio e l'incancellabile impronta dei lager, in Biancavilla Oggi, 27 gennaio 2016;

- Disse “no” al fascismo e finì nei lager. Sangiorgio, il sorriso di uomo giusto, in Biancavilla Oggi, 27 gennaio 2017;

- Internato n. 102883/IIA. La cattedra di dolore di Gerardo Sangiorgio. Prefazione di N. Mineo     e uno scritto di Yves Bonnefoy, Nero su Bianco, Biancavilla 2019.

 Distefano N., Gerardo Sangiorgio, un amico, in Nuovo Callicari 1, aprile 2003, p. 3. 

Fiorenza V., Quelle atroci “sequenze” vissute nei Lager nazisti, in Nuovo Callicari 1, aprile 2003, p. 2;

- Sangiorgio, una “Stella d’Italia”, in Nuovo Callicari 1, aprile 2003, p. 2.

- Le virtù di Gerardo Sangiorgio nella tesi di laurea di Maria Rita Neri, in         Biancavilla   Oggi, 27 novembre 2017.

 Furnari S., In ricordo di Gerardo Sangiorgio, in Callicari 1, gennaio-febbraio-marzo 1993, p. 1.

 Lavenia A., Tributo a Gerardo Sangiorgio, ovverosia riflessione sulla coscienza del lager quale categoria della modernità, in Nuovo Callicari 5, febbraio 2004 (anche on line sul sito www. biancavillaxx.it)            

Licciardello P., Gerardo Sangiorgio, un resistente che non si piegò, in L'alba, aprile/maggio 2013, p. 10.

 Messina C., Gerardo Sangiorgio e la goccia di umanità nei campi di sterminio, in Approssimazioni Critiche, Luglio 2015 (testo sul sito on line Lunario Nuovo).

 Mineo N., Gerardo Sangiorgio, il martirio dei lager dalla pelle alle parole, in La Sicilia, 16 aprile 2018, p. 24.

 Monteleone M. G., La memoria nel dolore: antologia in ricordo di Gerardo Sangiorgio, in Bloc Notes, febbraio 2013, p. 14 (recensione a Antologia della Memoria per Gerardo Sangiorgio).

 Neri M. R., Estri e virtù di un letterato di provincia: Gerardo Sangiorgio (tesi di laurea discussa nell' Anno Accademico 2016-2017).

 Nicosia C., Quando i tramonti erano senza rosso di speranza, in Approssimazioni Critiche, Luglio 2015 (testo sul sito on line Lunario Nuovo).

 Petralia V., In morte del prof. Gerardo Sangiorgio, in Biancavilla Notizie 10, aprile 1993, pp. 12-13.

 Zani L., Il posto d’onore di Gerardo Sangiorgio, in Liberi 9 (2015), pp. 24-27.


Si ringrazia il professor Salvatore Borzì per il prezioso contributo.